.•·.·´¯`·.·• Asgradel - Gioco di Ruolo Forum GDR Fantasy •·.·´¯`·.·•.

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Wind stream
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And...bla..Bla..BLA

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Status: Online: ultima azione eseguita alle ore 15:19, 4 minuti fa


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Costante.

La pioggia batteva ripetutamente, con fitta e deliberata intensità, sul candido selciato, sulla marmorea pavimentazione di giada, ossidiana, quarzo, pomice.
Snervante chiosa di un infinito diletto tale da suggerire al tempo, al cielo, di perpetrare quel singolare, dinamico ed insieme immobile fenomeno.
Per quanto ancora?
Per Sempre avrebbero risposto le nuvole rigonfie, panciute, colme come otri tracotanti denso liquido stillante.
Fintantochè sarebbe servito avrebbero allora rimbeccato le terre fertili, inondate come occhi commossi di lacrime fangose, indurite dalla sete dell'amarezza.
Ben oltre ogni ragionevole sopportazione si sarebbero viceversa lamentati gli uomini che, stanchi, i volti rivolti all'insù, a penzoloni sul capo umido di vapori, avrebbero continuato inerti a fissare quella densa caligine ribollente, quel nodoso rimbeccarsi di venti e burrasche, di lampi e tuoni roboanti.
Ogni movimento sospeso, come in attesa.
Ogni arto infiacchito da una forzata ed indolente nullafacenza tale da stancare ogni membra, tale da ricoprire di sottile e irritata mollezza gli sguardi assenti, distratti.
Mai abbastanza, avrebbe infine decretato Eitinel, le iridi fulve velate dalla beata spensieratezza della soddisfazione, della muta ed irrisoria goliardia propria dell'animo in pace, della mente che nulla osi afferrare se non il quieto e placido silenzio della propria letizia.

Fuggevole.

Il presentimento di stare, forse, dimenticando qualcosa.
Di stare, volutamente o meno, lasciando che le radiose vesti indaco, leggere e morbide sulla pelle alabastro, si inzuppassero lentamente di una rugiada scura, pesante, tanto fredda da pietrificare sulle morbide curve di quel corpo femminile il vigile presentimento di un sudario.
Di una sfumatura tale da ricordare il denso, raccapricciante, spandersi del sangue tutt'intorno ad una ferita.
Imbrunendo la liscia seta, disegnando sul fine cotone i ricami di un ultimo, fatale, respiro.
Di poca importanza avrebbero pensato i lampi che, schiantando il mondo in un abbacinante sgranarsi di turbini e saette, per un solo attimo avrebbero dipinto su quella immagine la sconvolta impressione di una immobilità allucinata, stralunata.
Scomposta nel proprio brutale mostrarsi, rivelarsi e, subito dopo, rinascondersi nel bestiale affogarsi del buio.
Di sciocca insensatezza avrebbero invece ribadito gli sguardi avviliti di quelle povere bestiole che, colpite dal timore, denudate dal terrore degli elementi, non avrebbero potuto fare altro che rivolgere i propri occhi affannati dalle profondità di antri nascosti, di angoli risparmiati a stento o solo per mera coincidenza dall'inclemenza dei venti.
E guardare Lei, figura stillata dal rabbrividire dell'oscurità, dall'accartocciarsi del tuono e precipitata laggiù, infame bassezza della Terra.
Di malsana bellezza avrebbero invece concluso le labbra dell'elfa che, purpurei riverberi di sensuale affanno, rimiravano dischiusi quel sordo illividirsi, stravolgersi, arruffarsi e illividirsi di ogni contorno, di qualunque forma e sfumatura congestionata.

Sorrideva Eitinel, scuro presagio di immobilità.
Una sagoma soffusa nel franare degli elementi, nel sordido rivoltarsi della natura.
E con lei pareva piagnucolare anche il mondo, pareva per suo volere e per sua sola immensa gioia storcersi e deformarsi come ghignante burattinaio che si lasci condurre dal proprio docile burattino.
Come Mangiafuoco che, avvinto dal puerile Pinocchio, venisse allora gettato all'impazzata sul palcoscenico agitando forsennatamente gambe e braccia fintantochè tutte quante, insieme, non fossero finite con lo spezzarsi in un legnoso sfilacciarsi e lacerarsi.
Sorrideva, il bianco profilo delle nivee statue, delle candide scalinate che rovinava insieme a lei e con lei nella macabra e funesta perversione di una pioggia torrenziale, di un vento furioso, di una tale e tanta ferocia del mondo che, ferito e convulso stramazzare, impazzasse sordido nei quattro angoli del cielo sanguinando, mortifero schiumare, la propria acerrima agonia.

Ingannevole.

Vanesio pensare che tutto ciò fosse possibile.
Insidioso convincersi che tutto ciò potesse realmente accadere.
Che tutta quella rabbia, quell'odio raccapricciante e distruttivo, quel lamentevole rivoltarsi, ansare, azzuffarsi e sprofondare nel macabro soliloquio di una acre follia potesse effettivamente esistere.
Permanere.
Sussistere Li.
Nell'Eden.

Eppure mai come allora reale, tangibile, vero.
Puro dolore che trafigga il petto, che piombi come lama affilata nel costato e li si torca, livida, fra gli stretti pertugi delle costole ribollendo del fiato che, agonia, stilli dalla pelle squarciata.


In un sospiro di beato e laconico idillio, l'esile figura seduta immobile nel bel mezzo del nulla, Eitinel si passò una mano fra i capelli color della luna, dense gocce di rugiada che si riversarono allora, torrenziale precipizio, sul terreno rigonfio di pioggia.



CITAZIONE
Questa è una scena Gdr a cui tutti i componenti del clan Sorya possono partecipare^^
Eitinel si trova nei pressi della grande Fontana all'interno del clan, sta compiendo una illusione spaziale per simulare una pioggia che, come è ovvio pensare, non potrebbe mai cadere in una terra incorruttibile come l'Eden.

CITAZIONE
Tecniche utilizzate:
Dominio_L'illusione sarà quindi il dominio nel quale più di ogni altro si potrà manifestare la potenza e l'abilità di Eitinel, in grado di creare miraggi ed immagini fittizie direttamente nella mente del malcapitato che si trovi ad incrociare la sua strada (Basso) o nell'ambiente che lo circonda (Medio) dandogli la concezioni di trovarsi in un luogo in realtà presente esclusivamente nei suoi pensieri. Tali illusioni saranno spaziali, cioè saranno contemporaneamente vissute dalla stessa Eitinel. Se questo non fosse sufficiente, Eitinel potrà scagliare contro l'avversario una qualsiasi sorta di illusione (Alto), rievocante un momento appena trascorso del duello, o meno. All'interno di questa realtà fittizia, egli rivivrà un momento atroce, o lo vivrà come se fosse vero al 100%. Per ogni dolore che proverà all'interno dell'illusione inoltre, fisico o dell'animo, all'interno del suo corpo reale si apriranno delle ferite, fino a un totale di un danno "Alto", raggiunto il quale l'illusione si scioglierà da sola. Per compiere l'attacco, tuttavia, è necessario un contatto fisico con l'avversario.
A patto di mantenere un contatto, sia questo visivo o fisico con l'avversario, inoltre, l'elfa potrà sprigionare immediatamente qualsiasi illusione desideri con uno spreco di energie inferiore a quello che naturalmente le sarebbe richiesto (Costo abbassato del 5%. Se questa scendesse al di sotto dello 0%, il costo sarà automaticamente dell'1%) e potenza ben superiore a quella da lei stessa esercitata (Ogni sorta di tecnica illusoria o manipolatoria sarà di un livello superiore. Una tecnica a costo alto, varrà per esempio come una tecnica di costo critico. Tecniche di costo critico invece avranno una potenza superiore ad altre tecniche di costo critico, a parità di PeRm.)

┐Negli occhi degli altri…
Anche la mente più abile e complessa nasconde in sé le radici di una infanzia e di una crescita i cui cardini inviolabili, in cui la componente basilare e semplicistica non può mai smettere del tutto di influenzare e incanalare la complicatezza in mera e talvolta banale ovvietà.
In ogni sogno che si rispetti, si devono sempre e comunque trovare delle figure cardine in cui, pilastri inalterabili seppur interscambiabili, la vicenda si può snodare ed articolare. Vi è quindi un leader, colui che regge le sorti del sogno e sulle quali pende la responsabilità degli eventi. Vi è poi l’amico o il familiare, figura a cui si è legati affettivamente e che ricorre in quasi tutte le sequenze fino alla fine, salvo eccezioni di natura “narrativa”. Vi è inoltre il nemico, singolo o molteplice, reale o solo figurato che rappresenta l’ostacolo o la minaccia contro la quale combattere.
E poi vi è l’amore, la persona o l’entità reale o fittizia che catalizza desideri ed aspirazioni. Eitinel ha saputo trovare ognuno di questi snodi fondamentali, tutti e quanti i basamenti sui quali poggiare la magnifica struttura della propria coscienza in un glorioso, eppure terribilmente complesso, intreccio di sequenze e legami tutti generati dal semplice fronteggiarsi di queste 4 componenti fra di loro contrapposte.
Eroe-Nemico.
Affetto-amore.
E quale compagno dare quindi, quale più fedele e intimo amico affidare al sogno, co-protagonista, trama, sfondo e copione di questo machiavellico intreccio, se non l’irriducibile, inarrestabile, eppure incredibilmente presagito, incubo?
Anche nell’animo più antico, nella coscienza più vetusta ed erosa dallo scorrere del tempo, vi sarà sempre e comunque lo spazio per la paura, per l’apprensione, per la tristezza e l’angoscia capaci, soli, di trasformare una semplice ombra in un oscuro pertugio di tenebra, un sorriso gentile in una smorfia maligna, un odore impercettibile in fetore denso ed asfissiante. Come scampare la naturale molteplicità dell’animo che, violenta, insicura, orgogliosa, sospettosa, lussuriosa, egoista, interpreta ed intende ciò che sente in base alle proprie più volubili inclinazioni e tensioni? Se lasciato solo a se stesso, se abbandonato all’ansioso specchiarsi ed addentrarsi in se medesimo fino alle radici dell’identità e dell’esistenza, l’animo pare più propenso ad accanirsi su se stesso che a scagliarsi contro gli altri. Sembra trovare più semplice sfamarsi con le proprie membra aggrovigliate nel dubbio e nella apprensione piuttosto che cercare un capro espiatorio e con quello immolare il proprio paranoico arrovellarsi.

Così Eitinel, permettendo a chiunque di addentrarsi nel suo particolare e surreale sogno, offre la possibilità ad ognuno di divenire da semplice spettatore della vita, da puro e semplice ospite di una visione, a vero e proprio regista della scena, protagonista, comparsa ed autore di un copione che ognuno, come lei, potrà essere in grado di recitare e creare allo stesso tempo, tanto nel bene che, di riflesso, nel male.
E tuttavia, ad ognuno sarà concesso di vedere esclusivamente nel PROPRIO mondo, senza possibilità alcuna di sbirciare in quello altrui ed influenzare se non inavvertitamente il sogno di chiunque altro.

╗Una volta che ci si verrà a trovare nelle vicinanze di Eitinel, immediatamente si subirà la suggestione della sua persona tale da indurre chiunque a percepire nel mondo circostante delle visioni in realtà inesistenti, delle tormentose e grottesche deformazioni di oggetti e situazioni nel concreto del tutto normali. Non importa quale sia lo status psichico della vittima in questione in quel preciso istante, l'abilità di Eitinel riuscirà a pescare nel suo più profondo io così da trarre senza alcuna difficoltà le paure e i tormenti più nascosti e sopiti che, liberi di esprimersi, divamperanno con ambigua e subdola violenza.
Ogni sorriso sarà quindi fraintendibile, ogni ombra un probabile nascondiglio per qualche orribile creatura, ogni parola ricolma di significati all'occorrenza oscuri e crudeli e sempre più angoscianti man mano che la psiche del soggetto in questione si andrà a logorare e cederà a simili artifici.
Allo stesso modo, ogni pensiero di speranza e felicità saranno lentamente ma inesorabilmente soppiantati dall'aspettativa di una sconfitta e una rovina incontrovertibili i quali segnali sembreranno trovarsi in ogni banale parola o avvenimento tali da destare, di conseguenza un sempre maggiore sgomento e disorientamento poiché la ragione, obbiettiva classificatrice del mondo percepibile, verrà col tempo e sempre più totalmente inibita dalla suggestione dell'elfa.╔


┐Notte
Chiudendo le dita della mano destra a pugno, Eitinel farà diventare il giorno notte in poco meno di un istante. L'effetto durerà per tutto il resto del combattimento, permettendo quindi ai demoni di andare in forma demoniaca e impedendo agli angeli di andare in forma angelica. La notte, oltretutto, impedirà ai paladini di utilizzare qualsiasi loro abilità passiva, rendendoli praticamente inermi.
Costo. Medio


 
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...Fighter...

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...I bambini partecipano sempre, per istinto mimetico, al nervosismo di chi sta con loro; e in particolare avvertono sempre ogni turbamento o ogni sovversione imminente, di qualunque genere...


Nathaniel Hawthorne


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La osservava, ormai da tempo.
La pioggia batteva fitta sul suo capo e sul suo volto ma, spinto da un'irrefrenabile curiosità e allo stesso tempo timore, quel giovane fancuillo se ne stava appollaiato sul tetto del Templio ad osservarla.
Scivoloso era ormai divenuto quel marmo per colpa dell'insistente battere delle gocce di quella strana pioggia ma il piccolo ragazzo se ne stava lì ad osservare quella donna come morbosamente attratto dalla sua figura anche se, a dire il vero, Rock Lee non conosceva nulla dell'identità di lei.
La osservava, curioso di percepire dalla sua espressione una qualsivoglia sensazione, desideroso di analizzarne ogni piccolo dettaglio, probabilmente attratto dalla sua melanconica bellezza.
Adorava, anche se probabilmente in modo inconscio, ammirare il lento scorerre delle goccie sulla chioma corvina, a sfiorare la candida pelle ed a trapassare il velo di tristezza sui suoi occhi, spesso chiusi nella violenza di quel temporale.
La osservava, nonostante fosse martoriato dalle intemperie che regnavano nell'eden in quel momento: flagellato dalle limpide goccie d'acqua, frustato dalle violente sbuffate del vento e colpevole di osservare quella donna sola.

Eretto e con i piedi ben piantati sul tetto marmoreo dunque se ne stava lì ad ammirare la bellezza di lei, spaventato anche solo dal pensiero di richiamare la sua attenzione, terrorizzato dall'idea di rivolgerle la parola mentre attorno a lui la realtà andava a rassomigliare al vento ed alla pioggia.
Sfuggevole tutto diveniva come se l'ombra e la violenza di quelle intemperie volesse piano piano sciogliere tutto ciò che era stato creato.
Lee si passò la mano sul viso come a cercare di mettere a fuoco quella figura così bella quanto inquietante.

La osservava, come un bambino quando fissa il suo sguardo du qualcosa di non ben definito, su qualcosa che desiera, su qualcosa che anche se allungasse le mani non riuscirebbe a raggiungere.
La osservava, e ciò gli bastava.

 
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Hentai Fantasy



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Status: Offline: ultima azione eseguita il 2/12/2009, 15:46


Wind Stream ♦ John's Chronicles



Capitolo I



Pioveva.
Delle enormi nuvole grigie ricoprivano tutto il cielo, soffocando i raggi del sole che sembrava essere impotente davanti a ciò che stava accadendo.
Master Chief si stava riposando sotto gli alberi che circondavano i cancelli, l'armatura lasciata a casa, l'Eden era l'unico posto dove si sentiva veramente protetto lì erano tutti fratelli e tutti fedeli ad Elhonna e a Dama Eitinel.
Improvvisamente una goccia lo colpì sulla testa, rivolse lo sguardo verso l'alto e notò che stava piovendo.
Però il solito piacere di freschezza e di naturalezza che la pioggia donava a chi veniva colpito dalla sua caduta era totalmente assente.
John sentiva che quell'acqua era sporca e corrotta.

- Non credevo che fosse possibile, non avevo mai visto niente di simile quì nell'Eden -

I dubbi che sorgevano nella mente dello Spartan erano fondati, ma mai si sarebbe immaginato che si trattasse di un'arteficio della Regnante del Sorya.
Qualcosa lo spingeva ad alzarsi e a camminare, complice la curiosità.
I passi del soldato si susseguivano veloci, mentre la pioggia continuava a battere sempre più forte e il clima si faceva più rigido.
Dopo pochi secondi si ritrovava all'interno del Giardino degli Elfi e mentre percorreva una delle due discese che portavano alla fontana un'essere catturò la sua attenzione.
Un'elfa bellissima se ne stava in piedi accanto alla famosa fontana del Clan.
Appena lo sguardo di Master Chief si posò sugli occhi di quella fantastica creatura, un misto di timore e ansia lo colpirono, sentiva che quella donna aveva dei poteri inimmaginabili, irraggiungibili.
Continuava a fissare quella donna, mentre non si era minimamente accordo che Rock Lee la stava osservando dal tetto del tempio.

- Forse è lei... Dama... Eitinel -



Off Game ~

♦ [ReC: 225] ♦ [AeV: 300] ♦ [PeRf: 175] ♦ [PeRm: 200] ♦ [CaeM: 275] ♦



_Energia ~ 100%
_Ferite ~ Illeso
_Psiche ~ Preoccupato e Intimorito
_Passive ~
John è stato sottoposto a vari esperimenti e così è diventato un uomo geneticamente modificato, un essere più speciale di chiunque altro. La sua capacità consiste nel mettere in pericolo l'avversario, cercando di non farsi rintracciare e colpire inaspettatamente il nemico, senza che lui se ne accorga. Infatti lui non è caratterizzato da nessun odore, a meno che non gli venga imposto artificialmente. Inoltre una strana aura invisibile, impossibile da notare senza ausilio magico, ne azzera i rumori, rendendolo un assassino provetto, in grado di eliminare la preda in men che non si dica. I suoi attacchi con le armi da fuoco vengono celati facilmente e senza l'ausilio dell'udito sarà molto difficile difendersi dai proiettili per l'avversario.
[Passiva ♦ Corpo Vuoto I]
Dopo l'entrata all'interno del Clan Sorya, John ha sviluppato ancor di più i suoi poteri, rendendosi conto che la modifica genetica aveva ancora altre funzionalità da scoprire. Infatti ora lo Spartan non lascierà nessuna traccia della sua presenza, diventando a tutti gli effetti un'ombra quasi impossibile da scoprire. Quando correrà ad esempio non lascerà impronte, eviterà ogni tipo di foglia secca che così non procurerà nè rumore nè indizi e addirittura se camminerà nel fango nessuno si accorgerà che lui è stati realmente lì. E' come se John non avesse peso e questa è una dote fondamentale per un soldato.
[Passiva ♦ Corpo Vuoto II]
Gli uomini sono famosi per non possedere né una gran forza, né un'eccellente velocità, quindi la maggior parte di loro hanno puntato tutto sulla magia, l'unica branca a loro disposizione. Grandi maghi e stregoni, il loro corpo porta una dote innata a favore di queste arti, come se fosse stato forgiato apposta. Raggiunto il 10% delle energie infatti, un uomo non sverrà, come invece potrebbe succedere a qualsiasi altro membro di un'altra razza. Ciò però non significa che non sarà stanco raggiungendo il venti e non morirà raggiungendo lo zero.
[Passiva ♦ Razziale Umana]
_Attive Utilizzate ~ ///



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Step by Step, Heart to Heart, Left Right Left
We all Fall Down Like Toy Soldiers
Bit by Bit, Torn Apart, We Never Win
But the Battle Wages on for Toy Soldiers


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view post Posted on 13/6/2009, 12:30Quote
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Mago maggiore

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 4/12/2009, 14:07


I.


Pioggia.
Le tenui lacrime del cielo cadevano sulla piana dell'Eden, curvando gli ormai stanchi e gravidi d'acqua steli d'erba. Alzò lo sguardo come se fosse il movimento più naturale del mondo, per osservare direttamente lo strano fenomeno. Nella perfetta landa edenica, non si era mai visto piovere.
Il bracciale riluceva.
Non era una reale pioggia, ma gli occhi del druido venivano ingannati in questo modo, anche piacevole, e non tentò di opporsi alla dolce illusione in cui era immerso. Le nuvole coprivano l'azzurro del cielo, ma non sembrava ci fosse qualcosa di negativo in tutto quello. C'era una forza buona...e potente.
Era in piedi Hocrag in quel momento, e come figlio della Luna tornò al centro del suo clan, dove doveva essere la provenienza della pioggia. Il suo passo era cadenzato, lento e meditato, così come i suoi respiri. Il suo battito cardiaco era rallentato, come se stesse in pace con sé e con il Mondo.
Non disprezzava quel dono dal cielo, come non ne disprezzava alcuno. Erano tutti doni di Elhonna, della Luna, della Natura. E come tale li accoglieva, facendoli propri e beandosi di essi. Come avrebbe potuto fare senza di essi?
Stava lasciandosi dietro di sé l'enorme cancello del Clan, che era picchiato dalle gocce forse per la prima volta, anche se non realmente. Chissà, probabilmente tutto ciò era solo nella sua mente e nella sua immaginazione.
Ma quando raggiunse il centro, la vide.
La Dea che si incarnava per mostrare agli uomini il divino, affinché potessero adorarlo ed esaltarlo.
La Dea che proteggeva il Clan, unica vera guida nel buio delle tenebre dell'ignoranza.
La Dea che si beava delle manifestazioni naturali, anche se queste non ci potevano essere, perché padrona del tutto.
Appena scorta si immobilizzò, come se i suoi piedi non si ritenessero degni di avvicinarla, di calpestare quella verde erba intorno a lei, troppo pura per un qualsiasi intervento esterno. Si sentiva quasi indegno anche solo di guardarla, ma non riusciva, non poteva, staccare gli occhi da lei, come ambiguo gioco, come dalla bellezza mortale del Male. Ma lei non era ciò: lei era il Bene. Stava donando a lui, come a tutti i presenti che tuttavia non erano notati dagli occhi del druido, la bellezza della perfezione divina. Stava donando loro quella flebile ma quanto mai potente magia nelle piane incorruttibili del Clan.
La osservò senza poter pensare a nulla, fino a quando un membro del Clan non le rivolse la parola. E a quel punto la sua mente evocò altre immagini.
Era Eitinel. La Dama del Sorya, l'elfa dai dolci lineamenti. Ogni volta che la vedeva aveva un effetto nuovo, più potente ancora delle volte precedenti. Egli non sapeva, non capiva, come potesse essere. Si sentì fiero di essere un membro del suo Clan. Si sentiva protetto, come dalla Dea in persona, anche se la Dama non lo conosceva neppure, molto probabilmente.
Non staccò lo sguardo da lei, mentre le vesti indaco si inzuppavano della divina pioggia, come saggezza che scendeva presso di lei e presso tutti coloro che ne erano in prossimità.
Lasciò il suo peso ricadere contro una grande ma quanto mai possente marmorea statua, unico sostegno per il mezz'elfo, perso nell'ammirazione per l'Elfa.
E lasciò che la pioggia facesse il suo corso, bagnando candida le sue vesti, ripulendole dallo sporco delle battaglie di quei mesi, per poter almeno sperare di essere ammesso alle Sue vicinanze.
Rimase in attesa, immobile contemplazione del divino.


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Always searching for a light between Earth darkness...

 
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view post Posted on 13/6/2009, 14:39Quote
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Eremita

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 4/12/2009, 07:35


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Da quando la sua permanenza nei giardini dell'Eden era iniziata, non aveva mai visto piovere.
Anzi, una sola volta.
Sì, una sola e unica volta; fortunatamente.
Quelle terre godevano della speciale protezione della Dea, Elhonna allontanava oltre i cancelli del Paradiso qualunque nube o temporale.
La pioggia era una manifestazione che lì, in quel luogo, non aveva una ragione di esistere.
Non che Eris fosse avverso alle dolci gocce d'acqua purissima che il cielo donava alla terra, da buon druido era ben conscio della loro essenzialità nella crescita e nella difesa di boschi e foreste.
Solo che, come già detto, lì la pioggia non aveva un senso.
Le piante crescevano rigogliose con il semplice sostegno della terra e di tutta la magia in essa conservata; i boschi attingevano ai ruscelli e alle falde che, sicuramente, solcavano il terreno sottostante l'Eden.
Perché, quindi, stava piovendo?

L'ultima volta che Eris era stato colto dalla pioggia in quei luoghi non era stato certo un bel giorno per l'Eden.
Degli strani emissari, incappucciati e dalle malvagie intenzioni, avevano tentato di irrompere nel Paradiso.
Marianne, la guardiana, era deceduta nel tentativo di difendere i cancelli; lui si era lanciato nella mischia, affrontandone l'assassina.
Non ricordava poi molto, se non un gatto e la consegna di uno strano fagotto a colui che, indubbiamente, doveva essere il capo di quella spedizione.
Un tipo potente, senza dubbio.
Quando l'assalto si concluse, la pioggia cessò.
In sostanza, dunque, era facile capire perché Eris venne turbato dalla pioggia.
Significava pericolo o, perlomeno, che qualcosa stava alterando il naturale decorso della natura.

Il druido, zuppo, sorpreso poco lontano dal suo alloggio, si voltò verso i cancelli, preoccupato.
Si guardò intorno e, non vedendo nessuno, si decise ad accorrere.
Non sapeva bene dove, ma era conscio che se qualcosa stava accadendo doveva essere nei punti nevralgici dell'Eden.
Forse un'intuizione?
O qualcosa lo stava trainando veramente?
Non sarebbe riuscito a spiegarne il perché ma seppe, dove andare a cercare.
Cominciò a correre verso la foresta degli Elfi, l'agglomerato di piante che un druido non poteva che adorare.

Prima di addentrarsi nel folto della foresta notò una sagoma, un uomo, che si dirigeva esattamente dove si stava dirigendo lui.
Un caso?
No, i fatti che potevano essere classificati come casualità erano veramente pochi.
Raggiunse in poco tempo la splendida fontana, quanto mai affollata.

Scorse una figura appollaiata sul tetto del tempio e altre due che, da due punti diversi, osservavano impietriti qualcosa al centro del candido spiazzo.
Seguì i loro sguardi e, anche lui, trovò ciò che tutti stavano osservando.
S’immobilizzò, fermò ai piedi di una delle due rampe, perso in quell'eterea visione.
Chi fosse non sapeva dirlo, non era un viso conosciuto, ma poteva benissimo trovarsi di fronte ad una dea.
Era un essere potente quello che si ergeva di fronte ai suoi occhi.
Di colpo seppe che, con tutta probabilità, la pioggia stessa dipendeva dal suo volere.
Sì, lei era l'unica, lì nell'Eden, a poter gestire una tale energia.
Non sapeva certo che si trattava di Dama Eitiniel, ma non fu importante; quella donna era splendida quanto potente, ogni suoi timido movimento era una gioia per gli occhi.
Le parole migliori con le quali descrivere lo stato d'animo del mezz'elfo? Ammaliato e Intimorito.

Batté lentamente le palpebre e lasciò cadere il suo bordone di legno, producendo un rumore sordo al contatto col lucido marmo.
I capelli completamente zuppi.
Le gocce che stillavano dalle sopracciglia.
I vestiti incollati al corpo.
Ma, nonostante tutto, sapeva di non essere in pericolo.
C'era in ballo qualcosa di potente, ma non di malvagio.
O, perlomeno, era quello che Eris sentiva.


 
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» E t e r n o

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P o s s e s s i o n e . Il Re possiede il proprio regno, il contadino il proprio aratro, e il mendicante la propria insulsa vita. Ogni creatura è nel medesimo istante padrone e servo, causa di un ciclo infinito che scala le gerarchie dello spazio e del tempo. Nessun cuore è libero, nonostante l'illusione dell'indipendenza; una sensazione viva, presente.
Al culmine della scalinata sostava lui, la cui inamovibile apparenza sovrastava le montagne più alte; un suo gesto avrebbe potuto scatenare eruzioni e maremoti, una sua parola sarebbe stata in grado di demolire le certezze dei mortali. E una sua lacrima...
...una sua lacrima sarebbe potuta diventare pioggia incessante ed eterna.
Quel giorno, amara disdetta, i suoi occhi avvolgevano il dubbio. Come può piovere senza il suo volere? Pensò una parte del suo essere, mentre le spoglie mortali accennarono i primi passi. Leggiadra e indipendente, la sua marcia decorava l'illusione, mentre la sagoma della divinità – unica e immortale – si delineava nella tenebra.
Il saio color cenere copriva il materiale corpo, mentre lo spirito era rigonfio di emozioni; socchiuse gli occhi in un tacito gesto, e ignorò le genti attorno a sé. Afferrò gli echi dei vivi e dei morti, per poi appoggiarli nel baratro dei suoi ricordi smarriti.
La triste agonia di un passato troppo ampio, l'amara decisione della n e g a z i o n e .
Accarezzò il viso pallido con timore, provando insicurezza persino nel sfiorare sé stesso. Spalancò uno sguardo corvino, mentre i capelli – color notte – riflettevano soltanto l'ombra di un dilemma senza epilogo.
Non aveva pianto, eppur in quel lido la pioggia osava cadere senza permesso.
Poi, la vide.
Magnifica e immortale.
Una creatura poco al di sotto di un Dio. Una simile esistenza era merce rara, come un piatto unico al centro di una tavola di portate simili e banali. Che il calice e il vino si ricongiungano, l'uno dipendente dall'altro. Avrebbe voluto pensarlo, anche se lui non era né calice né vino; era sia calice che vino. Era ogni portata, era tutto e niente.
Il suo essere toccava l'esistenza di ogni cosa ma, nel contempo, rinunciava a ogni comune accordo. Una divinità, creatrice di tutto. Unica come tutt'uno, e simile come molti.
Il suo verbo si diffuse nello spazio, raggiungendo la dama immobile.
Senza alcun cenno, il suo animo divampò.


» Ogni cosa è parte di me, e unica al tempo stesso.
Lei, è certamente la creatura che ha ereditato il mio essere in molte delle sue forme.
Un padre può forse desiderare di meglio?


Soave, delicato.
Una voce limpida, avvolgente.
Il tacito respiro di un Dio.




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Per scorgere l'eternità in un granello di sabbia
e il paradiso in un fiore di campo,
tieni l'infinito nel palmo della mano e l'eternità in un'ora.



 
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The Showmaster

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Sta piovendo
E io non so più cosa significa.

Il calore del sole, amoroso, da sempre inonda la beata terra dell'eden, gratificandola con la sua luce, illuminando di santità ogni giorno che si sussegue.
E', forse, d a n n a t o, questo giorno? E' forse giunta l'ora,
In cui la terra degli elfi non sarà sacra ad Ehlonna, non più?
La sacra fontana del giardino dell'eden zampilla lieta, e nulla lascia presagire una simile nefandezza.
Eppure volgo il mio sguardo al cielo, e
La luce del sole non allieta più il mio volto.
Le gocce mi colpiscono il viso, le braccia, tingono d'umido le mie vesti, ed è quasi piacevole, e al tempo stesso inquietante.
Come il bimbo, allontanato dal caldo abbraccio della madre, a lungo vagherà titubante prima di imparare a badare a sé stesso,
Così, abbandonato dall'amplesso solare, che mi viene a mancare, sono solo.

Pioggia incessante, non dovrei temerla.
Ma lo so, l'ho sempre saputo. Non esiste pioggia che possa bagnare questa terra consacrata,
Che possa accomunare le foreste di Ehlonna a una qualunque landa desolata degli umani.
Ticchetta, la pioggia, sul marmo candido, e mi acceca, trasportata dal vento leggero.

Non il vento soltanto è nell'aria.
Una voce, forse, o è sola suggestione?
L'ho già udita, in passato.
E' la voce che qui mi condusse, nel mezzo del lungo vagar per terre sconosciute.
Una voce senza un volto.
Per un istante, un volto senza una voce.

Labbra che si schiudono, e tutto il resto è silenzio.

Volto il capo, e vedo, o forse intendo soltanto.
Una figura, ammantata di viola indaco, nero nella fitta pioggia, e non posso non osservarla.
Non ne sono consapevole, ma i miei piedi sfiorano dolcemente l'erba dei giardini,
E non so quand'è che mi allontanai dalla mia dimora, per essere partecipe di tanta beatitudine.
Che cosa, poi? Soltanto una figura, piccola e indistinta, che si staglia contro il bianco marmoreo di una fontana?
E perché dunque devo essere in questo posto?
Forse perché, in cuor mio, non desidero ripararmi da questa pioggia, ribellarmi allo scrosciare delle acque, e osservo quella figura come intrappolato.
Mi basta vederla, epicentro della folle ribellione della natura, e sono le mie gambe a comandarmi: avanzo a piccoli passi,
Attratto,
Eppur timoroso.
Icaro il mio cuore, che desidera comprendere, forse impunemente,
E da qualche parte una voce, come di un padre, sembra ammonirmi con apprensione, la sento gridarmi di non peccare di superbia,
E par che Dedalo pianga della mia disubbidienza.
La vedo avvicinarsi, passo dopo passo. Ancora molti metri mi distanziano dalla sacra fontana, da colei che è attorniata dalla pioggia,
Come fosse il centro di una potente tempesta,
Ed esito.
Eppure, se le mie ali cadranno sotto il fardello dell'Unica,
Col sorriso sulle labbra precipiterò nelle acque.

Scusa per il ritardo, capa ^^''
Il pg si riferisce, quando parla della voce, a quella che ha sentito all'arrivo al clan, e che l'ha condotto ai cancelli.

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Glamis thou art, and Cawdor; and shalt be
What thou art promised. Yet do I fear thy
nature;
It is too full o' the milk of human kindness
To catch the nearest way: thou wouldst be
great;
Art not without ambition; but without
The illness should attend it.
Macbeth, Lady Macbeth, scene V
 
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view post Posted on 24/6/2009, 14:23Quote
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Status: Online: ultima azione eseguita alle ore 15:19, 4 minuti fa


Dama Eitinel

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Dama Eitinel.
Nel l’esitante riecheggiare di quelle parole, nel dubbioso insorgere di quella misera e futile constatazione, nell’intenso ed insieme timoroso richiamo della realtà cui niente sarebbe stato permesso se non di lambiccarsi al margine della coscienza e da li sporgersi, invano, in attesa di constatazione, l’elfa dischiuse le palpebre pesanti.
Calpestando le mine disperse nel cielo, un nuovo tuono si fece largo fra i detriti delle nuvole e le esplosioni dei venti.
Dama Eitinel
Lacrime di pioggia sgusciarono dalle lunghe ciglia nivee rigando di limpide sbavature la pelle diafana delle guance per poi, tracciando il profilo teso della gola, abbandonarsi infine all’abbraccio del seno velato dal ricamo indeciso di un indumento intriso dello sgomento della volta celeste.
Espirò, docile assaporarsi di un gusto fuggevole di classificazione alcuna, l’elettrizzante sentore dell’aria greve del fiato degli elementi.
Artificio.
Magia.

Cupo e collerico ingannarsi della stessa realtà troppo furiosa della zoppicante parodia di se stessa per rassegnarsi a tornare ciò che sarebbe dovuta in essere.
Seducente e sordido stravolgersi di un solo, esanime, singulto di verità.
Ed infine, ultimo e non fatale tocco sapiente di quel mostruoso e irragionevole impulso, ultimo neo e chicca meschina da mostrarsi compiaciuta sulla cima della torta imbastita, Il Suo Nome.
Eitinel.
Dito puntato direttamente nell’invischiarsi del buio sotto il letto.
Secco spezzarsi della corda più sottile dello strumento più gagliardo.
Ruvido rovistio all’ombra degli alberi più alti.
Eitinel.
Sette lettere che incriminatorie ferirono l’aria di una nuova, purulenta, ferita.

SI sentì sospirare piano, lentamente, come se fosse stato quasi doloroso rispondere ad una simile accusa con l’espressione più vera e tangibile della propria effettiva esistenza.
Come una mano che, alzandosi umile al di sopra della spalla, la facesse in un solo istante divenire una stupida banderuola ululante
<< Io sono colei che tutto spiega e che nessuno può spiegare... io sono l'immagine allo specchio, sono il mistero che è al di là della vita... sono il sonno senza sogni, sono il pensiero che vola via, la grande consolatrice... io sono... >>

Sopra di lei, rombante distruzione del cielo, la cortina di nuvole si piegò, si contorse e si spezzò ancora una volta nel precipitoso esplodere di un sordo boato
“ Sono io ”
sibilò di rimando la sua voce, quella voce altera, forte, acuta ed insieme sciolta di un vincolo al margine fra il conato di vomito e la tetra spossatezza del morente.
Voltò allora la testa di lato, piano, i bianchi tratti del volto che per un istante si incavavano su se stessi, si contorcevano nella grottesca concretizzazione di ogni singola particella del suo disappunto, del suo irritante rincrescimento nel sentirsi nominare e richiamare dall’accomunanza con un titolo che oramai pareva non appartenerle più.
Nel sentire che la coscienza di se stessa, la cupa e monocrome rappresentazione della sua figura morbida, eterea, tanto magnifica quanto grottesca nel proprio alienarsi da tutto il resto, veniva così facilmente riportata alla vita da una voce a lei del tutto estranea, del tutto indifferente.

“ Sono io ”

Ripeté quindi, i felini occhi, tinti della stanchezza di un tramonto oramai stramazzante oltre le colline infuocate, che questa volta trovavano la propria meta nella figura di colui che aveva parlato e che ora, stranito, la fissava con muto stupore.
Incredulità.
Sorrise piano, tiepido risolino di compiacimento nello specchiarsi in quelle labbra ammutolite, in quelle gote rosse di ammirazione, in quella espressione vuota di apparente intelligenza e comprensione.
Delizioso.

Un nuovo lampo, convulso sbriciolarsi del fiato della terra, rovistò ancora nell’abbacinante profilo sdentato di Eitinel, la figura elfica che pareva per un attimo raggrinzire su se stessa come carta straccia bruciata dal fuoco e scagliata in alto dalle correnti roventi.
Ma solo per un attimo, in fondo.
Delizioso constatare quanto fascino possa destare lo sguardo dell’Ingovernabile nelle menti più pure.
La malia del potere, furioso ammorbarsi di una convulsa e spietata agonia roboante.
La raffinata bellezza della divina immortalità, tanto assoluta e maestosa da velare ogni altra cosa al di fuori da essa, da sbiadire l’esistenza dell’ALTRO imponendosi con famelica rabbiosità come UNICA E SOLA.

Eitinel, vertice del tempo.
Eitinel, perno dell’universo.

MA cosa altro se non il futile spettacolino di pochi sguardi straniti, confusi, oppressi più dai pregiudizi della propria mente che dalla fugace rappresentazione impressa nei loro occhi?

Sospirò di nuovo, piano, la seducente piega delle labbra che colava in un grumoso sorriso infantile, paternalistico forse, quasi di scherno.

“ Però ti sbagli ” aggiunse quindi in direzione di colui che per primo aveva parlato

“ Non è una Dama ciò che sono ma il Fante che, ignorando le sue urla e i suoi strepiti, se la prenda in spalla e se la porti via come pegno e premio delle sue razzie”.

Nel suo ghignante scostarsi ora in direzione del secondo che solo aveva osato parlare, ella si chiese per un attimo se egli avesse potuto cogliere il mistero di quelle poche parole.
Un misero gioco di termini, in realtà, nulla più che il saccente farsi beffe di quella esagerata, eppur ipocrita, sventagliata di respiri emozionati e stupore insanabile.
Non si curò degli altri.
Meno che ombre mute nascoste nel pallore della propria indefinibile assenza.

Quando infine ella potè concentrarsi su quella nuova, altezzosa, figura che le si pose dinnanzi allo sguardo, Eitinel si concesse un breve, sogghigno.

Eppure dalle parole che aveva proferito, degne di colmare tutto il cielo con la propria superbia, se lo sarebbe aspettato più appariscente.
Ma nemmeno il demonio, si sa, corrompe le anime più deboli irrompendo nelle loro menti in uno sbraitare di fiamme e riardere di latrati.


“ Potrebbe ordunque desiderare di non essere in egual modo la fonte e il germoglio nato dalla sua stessa creazione ”

soggiunse quindi docile, lacrime sanguigne che rigavano lo stillare dei capelli efelidi sulle sue spalle sottili
“ Poiché invero se nell’essere in ogni parte c’è anche ciò che si E' nella più semplice essenza, padre e figlio sono in realtà fiamme di un’unica anima, e se ciò fosse, allora ambedue spartirebbero le medesime pene e le medesime sofferenze”

Lentamente, nel grottesco esporsi della gola livida del ribollire del vento, Eitinel concesse un proprio sguardo al ruvido rivoltarsi dell’aere sopra di sé.
“ E’ quindi la tua agonia che fa scempio del cielo? E’ la tua rabbia che solca di purpureo sangue il candido perire del clan Sorya, spiro ultimo di un sonno eternamente florido e gagliardo?”


Edited by Eitinel - 24/6/2009, 19:42

 
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7 replies since 10/6/2009, 17:28
 
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